Il rapido diffondersi del Covid-19 sta provocando gravissime ripercussioni sulla capacità delle imprese di adempiere le obbligazioni assunte.

Tale situazione non rappresenta necessariamente un effetto diretto della pandemia, ma, il più delle volte, si pone come inevitabile conseguenza dell’attuazione delle restrizioni governative impartite alle attività commerciali e industriali.

Basti pensare alle imprese che sono state costrette alla chiusura forzata in attuazione del D.P.C.M. del 22 marzo u.s. o a quelle che, pur potendo rimanere operative, hanno dovuto sospendere la propria attività a causa dell’impossibilità di garantire gli standards di sicurezza richiesti.

Di fronte a questo scenario, le imprese inadempienti dispongono dei rimedi generali previsti dal codice civile in materia di obbligazioni e contratti e, talvolta, di specifiche clausole contrattuali, che, tuttavia, difficilmente contemplano specifiche soluzioni per l’ipotesi della c.d. “pandemia”.

L’art. 91 del c.d. Decreto Cura Italia del 17 marzo u.s. avrebbe dovuto offrire un rimedio ad hoc per il caso di inadempimento e/o ritardo conseguente all’attuazione delle misure governative volte al contenimento della pandemia.

E così, il primo comma dell’art. 91 del Decreto Cura Italia ha previsto che: “il rispetto delle misure di contenimento di cui presente decreto è sempre valutato ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”.

Orbene, la semplice lettura della norma mostra come l’ambizioso obiettivo di dare un’univoca ed efficace soluzione alle patologie dei rapporti contrattuali conseguenti all’emergenza sanitaria sia stato disatteso.

Ed infatti, sebbene l’art. 91 abbia l’indubbio merito di attribuire alle misure di contenimento adottate dal Governo un’espressa rilevanza ai fini della valutazione della responsabilità per ritardo e/o inadempimento, esso non esclude tout court la responsabilità del debitore, nel senso che non ha introdotto un’automatica causa oggettiva di esclusione da responsabilità.

Di fatto, il legislatore non ha voluto spingersi fino ad attribuire ai debitori una moratoria a discapito degli interessi dei creditori.

Pertanto, non sarà sufficiente accertare che un soggetto sia stato destinatario delle misure di contenimento affinché possa andare esente da responsabilità in caso di inadempimento, ma occorrerà accertare che, per effetto dell’adeguamento a tali misure e nonostante l’impiego dell’ordinaria diligenza, la prestazione cui era tenuto sia divenuta concretamente impossibile. Solo in tal caso, la misura di contenimento potrà essere ritenuta quale legittima causa di esclusione della responsabilità.

A ben vedere, dunque, anche dopo l’art. 91 comma 1 del Decreto Cura Italia, il principio generale che opera in materia di contratti è rimasto quello espresso dal brocardo latino “pacta sunt servanda” di cui all’art. 1372 c.c., ai sensi del quale “il contratto ha forza di legge tra le parti”.

Coerentemente con tale norma, infatti, l’art. 1218 c.c. prevede che il debitore che non esegue esattamente la prestazione è tenuto al risarcimento del danno, salvo che riesca a provare che l’inadempimento o il ritardo sia stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Sulla stessa scorta, l’art. 1256 c.c. prevede che l’obbligazione si estingue quando la prestazione è divenuta (definitivamente) impossibile per una causa non imputabile al debitore.

Qualora, invece, l’impossibilità sia solo temporanea, il debitore non sarà responsabile del ritardo fintanto che perdura l’impossibilità.

Il richiamo alle soluzioni previste dal codice civile dimostra chiaramente come l’art. 91 del Decreto Cura Italia si sia inserito all’interno di un solco normativo già esistente e si sia limitato ad individuare la necessità di valutare, di volta in volta, la condotta del debitore che si è reso inadempiente a causa delle misure di contenimento della pandemia, anche in relazione all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti.

In realtà, si sarebbe potuti approdare al medesimo risultato a prescindere dall’art. 91 del Decreto Cura Italia.

Ed infatti, in materia di contratti, oltre alle norme codicistiche già richiamate, vale il principio generale della buona fede e della correttezza nello svolgimento delle trattative, nell’esecuzione del contratto e nella fase patologica del rapporto, onde la valutazione caso per caso della condotta del debitore (e, più in generale dei contraenti) viene sempre in rilievo.

In conclusione, all’interno dell’attuale quadro normativo, la giurisprudenza sarà chiamata ad un enorme sforzo interpretativo non avendo a disposizione una soluzione chiara e univoca per far fronte alle patologie dei rapporti contrattuali scaturite in conseguenza dell’emergenza sanitaria.

Appare, dunque, quanto mai auspicabile l’apertura di una nuova fase normativa che offra rimedi specifici e che, a differenza dell’art 91 del Decreto Cura Italia, non si limiti a solcare il mare sicuro delle soluzioni già offerte dal nostro codice civile.

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