Uno sfortunato neonato subiva lesioni da sofferenza ipossico – ischemica patita in occasione del parto.

Gli esiti nefasti delle lesioni si concretizzavano in una paralisi cerebrale infantile, con compromissione funzionale degli arti inferiori e totale assenza di parole. I genitori si rivolgevano all’Autorità Giudiziaria per chiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti dal proprio figlio. Il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi, rigettavano la domanda proposta dai genitori, per la mancanza di prova del nesso di causa, ovverosia, che i danni patiti dal figlio fossero conseguenza di una pratica medica scorretta dei sanitari
coinvolti.

Nello specifico, i Tribunali di merito affermavano che la condotta imperita dell’ostetrica (mancato monitoraggio TCG prolungato per un considerevole periodo di tempo), fosse del tutto irrilevante e che, pertanto, non fosse la causa dei danni patiti dal nascituro, e ciò anche in ragione del fatto che fosse documentata l’assenza di sofferenza – anzi, di buone condizioni – del neonato al momento della nascita.

Proposto ricorso da parte dei genitori, la Suprema Corte di Cassazione ribalta completamente le decisioni dei Tribunali di merito. La Suprema Corte di Cassazione censura le motivazioni della Corte d’Appello affermando che il danno patito dallo sfortunato neonato fosse dipeso dal mancato monitoraggio, poiché ipotizzabile come conseguenza di una siffatta condotta imperita da parte del sanitario. Tale affermazione si regge anche sul giudizio di improbabilità che la paralisi cerebrale dello sfortunato nascituro fosse ascrivibile ad altre cause naturali o genetiche.

Pertanto, e seppur in modo non espresso, il Supremo Collegio ha sentenziato che il nesso di causa tra i danni e la condotta (omissiva) dei sanitari possa essere provato anche attraverso presunzioni.

Corte di Cassazione Civile, Sezione III, 04.04.2017 n. 8664