Cassazione civile, sez. I, 04 Maggio 2017, n. 10811. Est. Bernabai.
In tema di rapporti pendenti al momento della dichiarazione di fallimento, l’esercizio da parte del curatore della facoltà di scioglimento del contratto preliminare di vendita, ai sensi dell’art. 72, commi 1 e 2, legge fall., nel testo anteriore alle modifiche in introdotte dal D.Lgs. n. 5 del 2006, non richiede l’autorizzazione del giudice delegato, trattandosi di prerogativa discrezionale, rimessa all’autonomia dell’organo della procedura (Cass., sez. I, 16 giugno 2016 n.12.462).

Solo la contraria facoltà di subentrare nel contratto deve essere autorizzata dal giudice delegato, come emerge testualmente dal secondo comma della norma citata: interpretazione, confortata dalla ratio del maggior impegno economico – e quindi, dei più onerosi riflessi patrimoniali sulla massa – che il subingresso presenta, rispetto alla contraria scelta recessiva.
Incombe, invece, sul promittente venditore l’onere di dichiarare formalmente la volontà di eseguire il contratto mediante invito-diffida a presentarsi dinanzi al notaio, eventualmente richiedendo, all’esito negativo, l’esecuzione in forma specifica del contratto (art. 2932cod. civ.).

Il mero silenzio, protratto a lungo, non può essere significativo, per contro, di tale volontà, valendo solo a mantenere il contratto in uno stato di quiescenza, che consentirà al commissario liquidatore della società l’esercizio della propria scelta potestativa recessiva (art. 72, comma 2, L. Fall.).

In ultimo, si rileva che lo scioglimento legittimo del contratto, ex art. 72 L. Fall., comporta l’obbligo di restituzione delle somme versate, a titolo di caparra o di acconto, rimaste senza causa, ed inoltre, trattandosi di recesso consentito da norma speciale, non vi è luogo a diritto di ritenzione ai sensi degli artt. 1385 e 1386 c.c..

Cass. civ. Sez. I, Sent., 04-05-2017, n. 10811